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mercoledì 27 maggio 2009

MAI DIRE MAI

Salve a tutti e a tutte.
Come avevamo detto anche in questa sede, sabato scorso abbiamo tenuto una conferenza sul tema dell'omofobia. Erano presente giornalisti di varie testate che avevano letto il nostro comunicato stampa, ma nessuno di loro ha poi pubblicato un articolo sulla stampa locale più accreditata (che abbiamo comprato per vari giorni dopo la conferenza). Come sempre accade in questi casi hanno avuto maggior risalto le pulci trovate in qualche scuola elementare o il ritrovamento di un portafoglio con 7000 euro in contanti. Non ci è dato sapere quali siano i motivi che hanno spinto i suddetti quotidiani a snobbarci, anche se probabilmente essendo che siamo sotto elezioni ed essendo che il tema dell'omofobia non è nei programmi di nessuna delle correnti politiche di riferimento per le testate piacentine, siamo fortemente tentati di pensare che il tema non sia stato toccato per non far fare brutta figura ai suddetti candidati. Proprio per questo acquista particolare valore il fatto che di noi proprio oggi abbia parlato il Corriere Padano, che ha mandato un giornalista che - molto professionalmente - è rimasto per tutta la durata della nostra conferenza e ha seguito punto per punto la nostra discussione. Qui di seguito riportiamo l'articolo integralmente.

"Mio figlio è gay" La normalità di esere diversi

La giornata mondiale contro l'omofobia è passata in sordina, ma la discriminazione degli omosessuali non si può di certo ritenere superata solo perché ultimamente talk show, reality non riescono a rinunciare a transessuali, gay, lesbiche o drag queen. A Piacenza l'associazione l'Atomo (comitato piacentino dell'Arcigay) ha deciso di celebrare questa ricorrenza organizzando un convegno che presentasse l'omosessualità vista da un'ottica insolita; quella di mamma e papà. Al dibattito è intervenuta la signora Flavia Madaschi dell'Agedo (Associazione genitori di omosessuali) di Bologna "Quando mio figlio mi ha detto di essere omosessuale -racconta- io ho pensato, va beh per me non c'è nessun problema, quindi sono fatti tuoi. Poi mi sono fermata a pensare, e proprio perché per me non è un problema, devo offrire un aiuto ai ragazzi e alle famiglie che non riescono ad affrontare questa situazione. Per questo ho deciso di aderire all'associazione." Troppo spesso si pensa che la discriminazione sia esterna alla famiglia, che sia un problema legato a qualche esaltato con la testa rasata, ma il grosso problema è l'omofobia interiorizzata, quella fondata su stereotipi e pregiudizi positivi o negativi. Spesso all'omosessualità si legano traumi infantili, pedofilia, attitudine a moda o buon gusto, spesso c'è anche un prototipo fisico del gay effemminato, glabbro e palestrato. Questa stessa omofobia interiorizzata è quella che instilla "Il senso di colpa nei ragazzi e la vergogna nei loro genitori -spiega la signora Madaschi- e la situazione peggiora, oggi è frequente che quelli della mia generazione, i nonni, comprendono e accettino un ragazzo gay molto più facilmente rispetto ai genitori giovani 40enni e 50enni, che sono molto più chiusi. Bisogna capire che non c'è bisogno di una spiegazione all'omosessualità di un figlio, semplicemente è così. La normalità è essere diversi". I dati diffusi proprio dall'Agedo non sono rassicuranti, si parla di un aumento del 20% dei ragazzi che si rivolgono all'associazione per problemi con la famiglia, si va dal ricatto ("Ti tolgo il telefono/internet" piuttosto che "Ti chiudo in casa") alla violenza domestica passando per i gruppi di terapia riparativa. Proprio questi gruppi, secondo la psicologa Maria Giovanna Cammi, creerebbero grossi problemi ai ragazzi "La psicologia non considera l'omosessualità come un disturbo ed il motivo è molto semplice, se non si riscontra un malessere, il soggetto non è malato. Chi organizza questi gruppi è un delinquente, io posso far risultare un po'meno spiacevoli i luoghi chiusi ad un claustrofobico, ma loro fanno usano le stesse tecniche per cercare di rendere più attraente un corpo femminile... Dopo questi "corsi" le persone sono ancora più confuse di prima". A raccontarci le vessazioni ed i problemi a cui i ragazzi piacentini devono andare incontro. interviene il presidente di Atomo, Valeriano Scassa "Piacenza non è certo un'isola felice -esordisce- ci sono storie fatte di aggressioni, che quasi mai vengono denunciate per paura di ritorsioni o per evitare di essere costretti a fare coming out. Ci sono storie di mobbing e di soprusi sul luogo di lavoro, alcuni ragazzi hanno tanta paura di confessare ai genitori la propria omosessualità da aspettare che muoiano. Inoltre i locali che un tempo erano frequentati da omosessuali hanno cercato di cambiare clientela e ci sono riusciti, tanto che adesso non esiste un posto di riferimento a Piacenza."

Che dire? Ringraziamo il giovane giornalista del Corriere Padano (di cui purtroppo non sappiamo il nome) per il pezzo che ci ha dedicato e speriamo che gli altri quotidiani della città prendano esempio.

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